Nel panorama dell’upcycling europeo, Berlino continua a proporsi come laboratorio di idee: non solo capitale del vintage e della controcultura, ma anche incubatore di talenti capaci di trasformare materiali di scarto in capi dal peso estetico elevato. Uno dei casi più interessanti è Grandexport, etichetta attiva nella capitale tedesca e guidata da Paulina Munzing e Gent Berbatovci, che dimostra come la moda responsabile possa presidiare insieme forma e desiderio.
A rendere peculiare il progetto è, prima ancora dei capi, la natura del sodalizio che lo anima: Munzing e Berbatovci sono partner creativi e di vita. A differenza di molti duo fondatori che si dividono i ruoli in modo netto — uno alla direzione creativa, l’altro alla gestione — qui la sovrapposizione è totale, e si percepisce nei risultati: ogni capo ha una firma riconoscibile e un linguaggio comune che attraversa materiali, silhouette e scelte costruttive. Berlino, con la sua cultura del riciclo, del bricolage creativo e della sperimentazione materica, offre al brand un terreno fertile, pur non avendo le infrastrutture industriali e l’accesso ai grandi distributori di Milano o Parigi.
Il metodo di Grandexport poggia su tre assi: upcycling di materiali esistenti, utilizzo di deadstock — ovvero tessuti e pelli avanzati da produzioni precedenti — e una lavorazione della pelle con un’attenzione costruttiva che va oltre il semplice assemblaggio. Un esempio sono le tute sportive in nylon dai colori primari brillanti, il tipo di capo che si potrebbe trovare in un mercato dell’usato o in un magazzino dimenticato: nelle mani dei due creativi diventano graphic dresses dalla geometria precisa e dall’impatto visivo immediato. La logica è quella del détournement: prendere qualcosa di familiare, smontarlo e ricomporlo secondo una grammatica nuova, con risultati che non sono nostalgici né ironici in modo facile, ma proposte formali autonome.
Accanto agli abiti ricavati dalle tute spiccano le gonne scultoree in pelle deadstock dal grigio argentato, dal carattere quasi minerale e architettonico: qui la pelle non evoca il lusso convenzionale, ma costruisce volumi che reggono da soli e hanno una presenza nello spazio, in un approccio che pensa il capo come oggetto tridimensionale e non come superficie decorativa. Infine, i canottieri atletici bianchi con spalline studiate appositamente e dotate di cablaggio interno: un dettaglio tecnico, non ornamentale, che cambia il modo in cui il capo si comporta sul corpo — una soluzione più vicina all’abbigliamento tecnico o all’alta sartoria che al prêt-à-porter indipendente.
Nell’estate del 2026 Grandexport ha presentato, in occasione della Berlin Fashion Week, un’anteprima della collezione primavera 2027. La location è stata essa stessa una dichiarazione di intenti: un appartamento ottocentesco nel quartiere di Charlottenburg, uno dei più eleganti e storicamente densi della capitale tedesca. Non un warehouse industriale né uno spazio bianco neutro, ma un interno con una storia e con la patina del tempo: una scelta coerente per un brand che lavora con materiali che hanno già una vita alle spalle, e che trova nei palazzi Liberty e negli interni borghesi del quartiere uno sfondo che amplifica la tensione tra passato e presente al centro del progetto. Alla presentazione Vogue ha dedicato un profilo approfondito firmato da Mark Holgate: un riconoscimento significativo per un’etichetta indipendente, e un segnale di visibilità internazionale che va oltre i circuiti di nicchia.
In un settore dove l’upcycling rischia spesso di ridursi a etichetta di marketing, Grandexport si distingue per la qualità del risultato estetico: i capi finali non devono essere giustificati dalla loro origine, ma si impongono per ciò che sono. Un aspetto rilevante in un momento in cui l’industria della moda è sotto pressione crescente, tra normative europee più stringenti sulla sostenibilità, consumatori più attenti e mercato del second-hand in espansione. Il brand non fa della sostenibilità il suo unico argomento di vendita: punta su qualità costruttiva e ricerca formale, e usa materiali responsabili perché è coerente con quella visione, non per seguire una tendenza.
Per chi vuole indossare questi capi, qualche indicazione pratica: le gonne scultoree in pelle deadstock si prestano ad abbinamenti essenziali — maglietta bianca oversize, dolcevita fine in lana merino, blazer strutturato in tinta neutra — lasciando al volume la scena. Gli abiti grafici ricavati dalle tute funzionano meglio con il resto dell’outfit azzerato: scarpe pulite, borse semplici, gioielli minimali. I canottieri con spalline cablate sono i più versatili: si portano da soli nelle stagioni calde e si stratificano sotto giacche o camicie aperte nelle mezze stagioni. Il filo conduttore è una certa esigenza di attenzione: capi che non si perdono in un guardaroba affollato e che incarnano la logica del «less is more», dove qualità e responsabilità, almeno qui, non si escludono affatto.
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