Se Benjamin Netanyahu non venisse riconfermato premier, la guerra contro l’Iran si chiuderebbe? È l’interrogativo che accompagna il voto in Israele, dove i sondaggi più recenti mostrano Netanyahu costretto a inseguire e Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore, tra i possibili favoriti. La risposta, però, non è scontata: conta soprattutto come si muoveranno tre variabili.
La prima è squisitamente interna. La coalizione guidata da Eisenkot appare sulla carta meno incline all’uso della forza dell’esecutivo uscente, ma questo non garantisce un cambio di rotta rispetto alla linea del governo Netanyahu. La minaccia iraniana resta infatti uno dei pochi dossier su cui in Israele maggioranza e opposizione convergono: il programma nucleare di Teheran, il suo arsenale missilistico e la rete di gruppi armati sostenuti dalla Repubblica islamica sono considerati una questione di sicurezza nazionale che travalica il campo della destra. E se Eisenkot personalmente si mostra più prudente sull’opportunità di nuove offensive, nella sua coalizione ampia siedono anche Naftali Bennett, Avigdor Lieberman e Yair Lapid, tutti portatori, con toni diversi, di posizioni molto dure verso l’Iran.
La seconda variabile è rappresentata dai militari. Un premier può scegliere di mantenere una linea aggressiva, ma prima deve fare i conti con i vertici delle Forze armate e dei servizi segreti, dove gli orientamenti sono divergenti e il compromesso non è scontato. Il capo di Stato maggiore Eyal Zamir ha recentemente manifestato perplessità sull’opportunità di una nuova offensiva, suggerendo di distinguere con cura gli obiettivi strategici da tempi e modalità per raggiungerli: sconfiggere l’Iran resta l’obiettivo, ma non necessariamente con gli strumenti usati finora. Un eventuale nuovo governo dovrà inoltre misurarsi con valutazioni operative, disponibilità di armamenti, rischi di escalation e costi di una campagna prolungata.
La terza variabile ha il nome di Donald Trump, che segue il voto israeliano con particolare attenzione. Il ruolo statunitense è determinante non solo per il sostegno militare e diplomatico a Israele, ma anche per l’eventualità di un’azione congiunta contro Teheran. In vista dei Midterm in programma il prossimo 3 novembre, la Casa Bianca ha mostrato cautele sull’andamento del conflitto: un segnale che sia Tel Aviv sia Washington potrebbero scegliere di proseguire in modo diverso. Molto dipenderà anche dall’andamento dei negoziati, che a loro volta sono legati ai due esiti elettorali.
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